Terza puntata – L’autointervista di Vincenzo Lancini: lo chiamano il “Mago della Tecar”

Terza puntata – L’autointervista di Vincenzo Lancini: lo chiamano il “Mago della Tecar”

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Lo chiamano

Il mago della Tecar

L’ autointervista è un neologismo riconosciuto nel 2008. 

L’autointervista, (che si scrive tutto attaccato) a me è servita come strumento per fare chiarezza e ordine in un oceano di accadimenti che ho vissuto, che ho ben chiari nella testa ma che non sono facili da raccontare. 

Nel 2016 ho iniziato a ragionare su come iniziare un lavoro di sintesi che potesse essere la base per aumentare la valenza del complesso argomento che si chiama Tecarterapia. 

Mi sono chiesto da dove potessi iniziare, perché farlo, come mettere insieme e quale obiettivo perseguire.

Avevo bisogno di fare pratica per imparare a scrivere, redigere un piano editoriale, raccontare i valori in campo, descrivere la strada che stavo per costruire e quale direzione ho scelto di prendere.

Terza puntata.

Buona lettura

  1. D. Come hai iniziato con la nazionale di ginnastica femminile?

      R. Era il 2008 quando mi sono presentato al collegiale pre-Olimpico a Brescia, mi presento al DT Casella che mi dice prendere la “Tecar” che stava stivata sotto una panca in magazzino e di andarmene e portami via “l’arnese”.

In quel tempo l’atleta Vanessa Ferrari aveva il tendine d’achille lesionato e il CONI aveva preso in carico il suo problema e mi aveva mandato li per darle assistenza, dopo che già un altro terapista ci si era prodigato usando la “Tecar” come un “ferro da stiro”. 

È finita che oggi siamo nel 2019 e sto ancora lavorando a fianco del DT Casella, e le nuove promettenti ginnaste della squadra nazionale che in questo momento stanno stupendo il mondo intero della ginnastica artistica.

2.  D. Allora: quali sono gli sport più traumatici con i quali hai lavorato?

      R. Senza dubbio il rugby e la ginnastica artistica.

Nel 2005 ero a fare il mio lavoro di consulente per l’utilizzo della “Tecar”, per conto dell’azienda Unibell, presso la Nazionale di Rugby nel ritiro di allenamento presso “La Borghesiana” di Roma, prima del “Torneo delle 6 nazioni”.

Ho subito uno schok vero e proprio vededendo all’opera lo staff medico della squadra Nazionale di Rugby: un lavoro che per entità, procedure, accuratezza ed intensità, che io non avevo mai visto prima, una professionalità con la “P” maiuscola.

Un senso pratico non comune era la caratteristica che balzava agli occhi osservando medico, fisioterapista e chiropratico nella gestione di 30 giocatori top Level che ad ogni allenamento avevano bisogno di cure perché soggetti a continui traumi.

Mi sentivo come al Luna Park, ero in un vero parco dei divertimenti e non mi restava che accomodarmi e “sarire sulla giostra”. Da subito ho sentito un forte feeling con tutti, staff medico e giocatori e mi sono messo a completa disposizione.

Tengo ancor oggi in una teca (non Tecar) la maglia a brandelli di Sergio Parisse, che l’addetto stampa della squadra mi ha permesso di tenere quando l’ho raccolta a bordo campo, dopo che gli era stata strappata in un’azione di gioco da un compagno in allenamento.

Con la ginnastica artistica poi ho imparato davvero a gestire l’infortunio di tipo tendineo, articolare e osseo, sia da trauma indiretto che diretto. Le giovani atlete sono sottoposte a carichi di lavoro che una persona al di fuori di questo sport non può nemmeno immaginare.

La richiesta di performance è complessa e prevede difficoltà motorie fuori dal comune e le richieste di forza, stabilità, elasticità, destrezza e resistenza devono essere tutte portate alla massima espressione. 

Dove il gioco si fa duro, io inizio a giocare. 

3.   D. Hai una struttura dove svolgi la tua normale attività?

      R. Nel 2007 proprio per avere un appoggio logistico, un luogo fisico dove poter praticare in modo organizzato ho creato quello che doveva essere il mio “laboratorio segreto” dove poter “sperimentare”.

Poi la situazione ha preso una piega un pò diversa. Il mio laboratorio non è più stato “tanto segreto” e sono stato risucchiato dalla frenetica attività che prevede l’organizzazione di un vero centro riabilitativo con palestra e 3 studi per un totale di 8 collaboratori. 

Oggi il mio setting lavorativo è molto complesso ed è impegnativo muoversi su tanti fronti che si inrecciano nella quotidianità.

4.  D. Come hai potuto acquisire le capacità e  le conoscenze per dirigere un centro riabilitativo?

      R. Ho lavorato come esperto dell’applicazione di “Tecar” a fianco di tantissimi staff medici all’interno di squadre professionistiche di ogni sport in ogni parte del mondo. Ho collaborato e ancora oggi intervengo come consulente dove serve massima velocità nei tempi di recupero da un infortunio, dove si richiede massima sicurezza ed elevata qualità del risultato. 

Così per il lavoro quotidiano del mio centro mi sono affidato a bravi fisioterapisti ai quali ho trasmesso le nozioni “raccolte” nelle varie e diverse realtà lavorative nel mondo.

Ho fatto un sunto delle migliori situazioni e le applichiamo dentro il nostro centro. L’ applicazione della “Tecarterapia” si basa su poche cose che contano, ma se la utilizzi tutti i giorni poi la complessità dell’argomento cresce per l’integrazione con tutte le tecniche riabilitative a cui si possono abbinare.

5.  D. Puoi raccontare come si svolge il lavoro all’interno del tuo centro riabilitativo?

     R. La “Tecarterapia” è l’unico elettromedicale che applichiamo nel nostro lavoro all’interno del percorso riabilitativo perché si integra a tutta la pratica clinica incentrata sul movimento.

La tecnologia mi piace tantissimo e la sua applicazione al mio lavoro è da sempre stato un must.

Utilizziamo tavole elettorniche “Delos” per la verifica e lo svilupppo della propriocezione, poi gli accelerometri per misurare range di movimento e potenza muscolare e negli ultimi 2 anni abbiamo introdotto un sistema isoinerziale per l’analisi dello sviluppo delle componenti della contrazione muscolare.

Quotidianamente raccogliamo dati che poi vengono verificati in un processo di analisi basati sull’evidenza clinica.

In questo momento stiamo lavorando ad uno studio pilota che ha come scopo la verifica dell’effetto dell’applicazione di “Tecar” sulla performance sportiva e recupero della fatica: mettiamo in campo sempre il nostro meglio con quello di cui disponiamo.

6.  D. C’è uno sportivo che ti ha colpito più di altri per le sue qualità fisiche?

      R. Ce ne sono più di uno, ma meno di cinque.

Voglio però raccontarvi quella volta con Paul Tergat che deteneva il record del mondo in maratona, in preparazione per la maratona di Londra. Nell’ultima settimana avverte dolore ai muscoli peronieri della gamba destra.

Io applico il sistema resistivo di “Tecar” a massima potenza, perché così mi viene indicato, o più esattamente: imposto!

 Risultato: il giorno dopo il trattamento non era più in grado di correre e non voleva più essere trattato da me con “Tecar”.

  La stessa dinamica accade con Vanessa Ferrari quando mi chiamarono nel 2008 per trattarle il Tendine d’Achille malconcio che era stata trattato da un altro fisio. 

Ma in quell’occasione la storia ha preso una piega diversa…

7.  D. Ci sono stati invece atleti che hai conosciuto che si sono distinti per qualità umane?

      R. Io posso dire che spiccate doti umane in atleti professionisti non è facile trovarne. 

Gli atleti professionisti che primeggiano, cioè quelli che in ogni gara arrivano sul podio, quelli sono sempre concentratissimi su stessi, in gara come fuori, in allenamento come nella vita personale: deve essere così e chi fa il mio lavoro e non capisce questo aspetto potrebbe farsi aspettative sbagliate o non “riconosciute” nel proprio lavoro.

Voglio dire che considero uno sbaglio  lavorare con queste “prime donne” e avere aspettative di riconoscimento e io cerco di essere sempre il più professionale possibile con loro mantenendo un atteggiamento altamente riservato e senza aspettarmi nulla fuori dagli accordi intercorsi.

Se cerchi alte qualità umane in atleti Top Level è meglio cambiare lavoro. Non imposto mai il mio lavoro di assistenza agli atleti professionisti sul  confidenzialismo che è “una tattica” che molte persone che svolgono un lavoro di servizio alla persona usano per apparire più gradevoli, come se essere dolce e gentile sia sinonimo di capacità tecnica e bravura.

8.  D. A quale sport hai dedicato di più la tua professionalità?

     R. Domanda troppo facile – risposta scontata: il running, in particolare la corsa keniana. 

Soffro probabilmente di “mal d’Africa”, dove mi reco da 18 anni ogni qualvolta riesco e ci sono stati anni dove sono riuscito a starci molto tempo. E’ colpa di Claudio Berardelli e del “Two Running Club” che ha  reiterato, senza soluzione di continuità, la mia voglia di rapportarmi con i corridori kenyani, supportarli e metterli nelle migliori condizioni fisiche per poter correre nelle competizioni Internazionali in tutto il mondo. 

A tal proposito siamo anche stati nominati in un paio  di libri e tra poco appariremo in un documentario sulla corsa keniana, io in forma marginale, Claudio nel modo molto più approfondito che merita da creatore di un sistema di training unico nel suo genere e che non ha eguali. 

Quello che oggi sappiamo dell’applicazione della “Tecarterapia”, (sono sicuro  che non esagero) in gran parte lo dobbiamo alle nostre osservazioni nei trattamenti con gli atleti keniani.

Se mi fermo a pensarci, io credo che ad oggi ho lavorato più su atleti keniani che su tutto il resto degli atleti di ogni sport con cui ho avuto a che fare.

Per ottimizzare il mio operato in in Kenya, un ambiente bellissimo quanto difficile, ho tenuto da sempre ritmi di lavoro sovrumani che consistono ogni qualvolta non solo in applicazioni di “Tecar”, ma sistematicamente, eseguo preventive valutazioni con sistemi di lavoro codificati come il “Functional Movement System” e il “Riva Method” utilizzando le tavole elettroniche Delos Rocking Board. Poi ci sono le lunghe sessioni di “assest work” in palestra per colmare i link deboli delle catene muscolari, sviluppo della forza, miglioramento della propriocezione, etc. 

Per ultimo, ma forse l’aspetto più soddisfacente del mio lavoro in Kenya, è la formazione continua dei terapisti che mi da modo di confrontarmi e imparare da persone lontanissime dalla mia cultura europea. 

Infine, mi impegno sempre a redigere report di raccolta dati che oggi sono la mia forza.

Potrei andare avanti a scrivere all’infinito del mio lavoro in Kenya: un giorno su questo argomento potrei scrivere un libro, o forse spingerò Claudio a farlo dall’alto del suo diritto acquisito sul campo.

9. Cosa è importante sapere di questa particolare terapia fisica chiamata “Tecar”?

      R. Bisogna sapere che la “Tecarterapia” non fa i miracoli come per anni i venditori hanno comunicato. Bisogna sapere che è una terapia altamente terapista dipendente e bisogna sapere che è uno strumento che è normalmente un grosso investimento per un fisioterapista. Tutto questo ne fa una terapia discussa e da risultati eterogenei.

Bastano poche nozioni per riusicre ad apllicarla, ma per avere buoni risultati terapeutici, ripetibili, stabili e evidenti, bisogna studiare e praticarla costantemente.

10.  D. Quali sono state le tappe del processo che ti hanno portato ad una continua evoluzione dell’applicazione di “Tecar”?

       R. Le tappe dell’evoluzione dell’applicazione della “Tecar” non sono state moltissime, ma tutte scandite da migliaia di ore di applicazioni, osservazione dei fenomeni e di raccolta dati.

Restano stampati nella memoria eventi e accadimenti che hanno segnato indelebilmente il mio modo di lavorare, confrontarmi e condividere. 

Negli anni sono stato preso a “calci nel culo” in molti ambienti, da quelli accademici a quelli dello sport professionistico e cosi mi sono fatto la scorza dura: come quando nel 2008, dopo 5 anni di lavoro e analisi, ho presentato le mie osservazioni all’azienda Indiba che produce lo strumento originale per Tecarterapia.

Ai tempi l’azienda produttrice e i suoi informatori scientifici non si immaginavano neanche lontanamente che si potessero ottenere effetti terapeutici utili applicando lo strumento senza “scaldare” il corpo con l’applicazione della “Tecar”.

Quel giorno, la in Spagna, quando presentai la mia esperienza e le mie osservazioni a loro che producevano lo strumento, mi presero per pazzo e mi denigrarono apertamente e spocchiosamente: oggi nel 2019, tutto il loro marketing (la comunicazione dell’azienda Indiba) si basa sulla mie osservazioni che ho regalato loro quel giorno, più altre che poi ho introddo negli successivi anni.

11.  D. Hai lavorato per 8 anni per l’azienda Unibell che ha il merito di aver diffuso in italia la Tecar. Perché hai smesso?

     R. Ho smesso perché mi sono costruito faticosamente una credibilità e voglio che continui ad essere riconosciuta. Ho smesso perché ero stufo marcio di essere presentato dall’azienda per quello che non ero e oggi io so cosa sono.

Ho smesso perché l’azienda Unibell mi presentava ai congressi come fisioterapista, quando invece non lo ero, ed ogni volta era come prendere un pugno nello stomaco perché avrei voluto dire a tutti che non era vero.  

Ho smesso perché io ci ho sempre messo la mia faccia ed ero stufo di risolvere problematiche create dal marketing aggressivo dell’azienda. Mi piace la comunicazione e il suo studiarne le basi e oggi io mi ritengo il più bravo venditore del prodotto “Tecarterapia”. 

Ho smesso perché il denaro viene dopo la dignità e oggi ho ordinato in scala in miei valori.

12.  D. In futuro saranno applicate altre innovazioni alla tecnologia impiegata nello strumento che si chiama Tecarterapia?

      R. La tecnologia impiegata nella costruzione di “Tecar” è molto complessa e fare innovazione è questione molto complicata e delicata.

Quando parlo di “Tecarterapia” io mi riferisco sempre allo strumento che è il protagonista di tutta questa storia: lo strumento di Indiba SA che oggi è riconosciuto come “Indiba Activ” invece di “Tecar” o “Tecarterapia” o ancora “Diatermia” o Radiofrequenza”. 

L’uso del brand che ha dato il titolo a questa favola fatta di magie e di emozioni, ha generato anche una grande e storica confusione e la favola è diventata una noiosa storia senza fine.

Fare Innovazione è un’azione riservata a pochi, è un gioco duro che non tutti si possono permettere e negli anni sono state fatte le più bizzarre e “porcate commerciali” da parte di mille e più competitors. 

Un paio di anni fa indiba SA ha fatto un importante upgrade ai propri strumenti e oggi l’ultima generazione di device è veramente accattivante e performante, usa una frequenza fissa stabilizzata come nessun’altra azienda riesce a fare.

Sembrerà strano, però sono stati introdotti aggiustamenti sulla base di alcune osservazioni che io facevo da anni.

Altro esempio sono i nuovi elettrodi miofasciali che recentemente stati lanciati  da Indiba SA sul mercato. Questi strumenti li ho presentati io già 4 anni fa all’azienda spagnola, dopo che con un mio amico carissimo li abbiamo studiati, costruiti e provati già dal 2007. 

Fare innovazione non vuol dire per forza inventare razzi spaziali che vanno sulla luna a far crescere la piante di banane. 

Innovazione vuol dire innanzitutto rendere fruibile un processo o uno strumento che in passato non c’era. 

Fare Innovazione vuol dire creare un qualcosa che se applicato può cambiare un comportamento o una procedura che possa essere utile a tutti.

Ogni giorno però c’è qualcuno che inventa una nuova “Tecar” che parla o che ha luci a led inserite, o piastre adesive per il confort del paziente, e c’è una rincorsa a differenziare il prodotto di turno dicendo che è innovativo perché parlante o si illumina, senza che ci sia una vera innovazione:

Pensate che per raggiungere la ISS Stazione Spaziale Internazionale, gli astronauti nella navicella Soyuz, oggi nel 2019, vestono ancora le tute spaziali che sono le stesse utilizzate nel 1969 per andare sulla luna.

Vi saluto con una citazione che mi ha messo a dura prova:

“Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dall’io”. 

Albert Einstein

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Vincenzo Lancini

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