Prima puntata dell’autointervista di Vincenzo Lancini: lo chiamano il “Mago della Tecar”

Prima puntata dell’autointervista di Vincenzo Lancini: lo chiamano il “Mago della Tecar”

4855f7b2-a9be-4272-bddb-2d1986a3f7da

Lo chiamano

Il mago della Tecar

L’ autointervista è un neologismo riconosciuto nel 2008. 

L’autointervista, (che si scrive tutto attaccato) a me è servita come strumento per fare chiarezza e ordine in un oceano di accadimenti che ho vissuto, che ho ben chiari nella testa ma che non sono facili da raccontare. 

Nel 2016 ho iniziato a ragionare su come iniziare un lavoro di sintesi che potesse essere la base per aumentare la valenza del complesso argomento che si chiama Tecarterapia. 

Mi sono chiesto da dove potessi iniziare, perché farlo, come mettere insieme e quale obiettivo perseguire.

Avevo bisogno di fare pratica per imparare a scrivere, redigere un piano editoriale, raccontare i valori in campo, descrivere la strada che stavo per costruire e quale direzione ho scelto di prendere.

Con enorme sforzo mi sono affidato alla guida di Silvia, una esperta writer professionista che con tanta pazienza mi ha seguito per “un annetto”.

A seguire potete leggere le prime 10 domande con rispettive risposte, scritte un paio di anni fa e sono le prime di una cinquantina complessivamente. Nelle prossime puntante potrete leggere le rimanenti. 

Spero possano fonte di riflessione e magari (scusate la presunzione) anche di ispirazione.

Buona lettura

  1. D. Quando hai conosciuto la “Tecarterapia”?

      R. Sono Utilizzatore, sperimentatore clinico e sviluppatore dell’applicabilità dello strumento “Tecar” di Indiba SA da 15 anni, quando in Italia tutti la conoscevano semplicemente come “Tecar”.

2.  D. Come hai fatto a conoscere la “Tecar”?

      R. Era il 2004 e avevo terminato la mia esperienza triennale come assitant-coach con il Gruppo R&A: management sportivo al servizio dei mitici atleti kenyani.

Avevo “lasciato li” il mio collega, ora grande amico Claudio Berardelli che mi chiamò al telefono e mi disse:

“devi assolutamente andare a cercare info approfondite sullo strumento chiamato “Tecar”…

“noi lo stiamo adottando con i maratoneti kenyani”…

“Ho visto applicazioni e risultati pazzeschi!”

Così mi metto a cercare e… trovo che l’azienda Indiba vendeva in italia già alla fine degli anni ’90 per mezzo del distributore Unibell. 

Così lo Contatto: chiamo al telefono il proprietario di Unibell e, come diceva Buzz Lightyears: via! verso l’infinito e oltre!

3.   D. E quale è stato il tuo primo approcccio?

      R. Un approccio tutto da raccontare: non avevo ancora iniziato il mio nuovo lavoro, di fatto non sapevano come inquadrarmi e allora… Magazzino R&A, in mezzo a pile di scatole di scarpe, alle ore 21 di ogni sera, io e Claudio cominciamo a confrontarci sull’applicabilità di questa misteriosa “Tecar”: l’accordo era che io dovevo portare la “cavia da trattare”. 

La cavia, lei, rispondeva al nome di Luca “il Gatto”, fortissimo arrampicatore camuno. 

Le nozioni di utilizzo dello strumento erano basiche, ma le notizie intorno agli effetti della “Tecar” sono da titolo di prima pagina di giornale.

Così, tra quelle pile di scatoloni di scarpe da corsa e cartoni di materiale per gli atleti del team, andiamo avanti con i nostri esperimenti, tutte le sere fino a tarda ora, per un periodo abbastanza lungo.

Il nostro arrampicatore non diventava mai verde, o più muscoloso di quello che era già, ma cominciava a riferire effetti utili sulla capacità di recuperare la fatica dopo le sue quotidiane sessioni di allenamento.

4.  D. Allora non hai iniziato a fare il tirocinante  e praticare  in uno studio di fisioterapia classico?

      R. No. niente di più lontano. Ho addirittura iniziato ad impratichirmi in gran segreto, senza che nessuna delle parti (le aziende R&A e Unibell) interessate sapessero cosa stavo facendo. Insomma: tutto in clandestinità dentro uno garage ad uso magazzino. In quel momento storico, se mi avessero scoperto, non so come sarebbe andata a finire.

5.  D. Come è stato possibile sviluppare tutte le varie applicazioni che oggi conosciamo?

     R. Con tanta, tanta e ancora tanta pratica. Pratica vuol dire: osservazione, che si traduce in 10 ore d’utilizzo quotidiano, raccolta dati e stesura report ad ogni trattamento. 

Sempre sul campo, sempre sul pezzo. E dopo qualche migliaia di trattamenti, ho cominciato a notare fenomeni ripetibili con procedure che pian piano potevano essere codificate.

Di fatto, considero la pratica clinica continua il segreto dello sviluppo della tecnica di applicazione della “Tecar”, processo che non si è ancora  fermato.

Ho iniziato poi a mettere ordine e priorità ai fenomeni osservati e ho capito da li a breve che nessun operatore capiva cosa succedeva veramente quando si applicava “Tecar” al corpo di una persona. 

6.  D. Ma allora sei un genio?

      R. No. Assolutamente no. Mi sono state impartite lezioni e informazioni che mi sono state passate da chi prima di me faceva l’informatore e insegnava ad utilizzare “la Tecar” per conto dell’azienda Unibell, distributore per l’italia di Indiba, la “factory” spagnola che produce lo strumento da dove è partito tutto “sto mulino”.

Ho imparato il lavoro e poi, poco più tardi, arrivato ad un certo punto di questo percorso, i conti non mi tornavano più. E ho voluto verificarli.

7.  D. Per fare la differenza allora non serve essere dei geni?

      R. Monicelli  si chiedeva: “che cos’è il genio?  

…è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.” 

Quindi se ci rifacciamo a Monicelli: si. 

Per far la differenza facevo un lavoro dove bisognava essere geniali.

Per esempio: appostarsi nella hall di un Hotel per aspettare il Campione di atletica che alle 3 del mattino rientrava dai festeggiamenti dopo la gara e causa dell’adrenalina e del jat leg non riusciva a dormire. 

Era allora che scattava il piano: Presentarsi e offrirgli una soluzione immediata al dolore per la distorsione della caviglia che si è appena procurato in gara.

Ma per fare la differenza bisogna sostanzialmente studiare, essere molto curioso ed approfondire il più possibile ogni informazione. 

Bisogna sempre avere “le antenne orientate” nella direzione giusta. 

Bisogna aver fiducia ed istinto per la direzione giusta. 

Bisogna sviluppare una buona capacità d’analisi che si basa sullo spirito di osservazione, voglia e coraggio di sperimentare.

Bisogna infine essere ben allenati ad esporre se stessi al rischio.

  …E io sono  famoso perchè quando li gioco si fa duro… insomma non ho paura a mettermi in campo ed ad espormi nelle situazioni difficili. Anzi! più la situazione è complessa e più mi esprimo. 

E per ultima, ma solo in ordine di enunciazione, voglio ricordare che bisogna sviluppare la capacità di tornare sui propri passi e riconoscere i propri errori, quando si hanno fatto scelte che si sono rivelate sbagliate. Perché se no… vai a finire di sbattere il muso. E io l’ho sbattuto qualche volta!

8.  D. Allora ci puoi raccontare episodi dove hai fatto la differenza?

     R. La differenza si fa nei momenti cruciali. Durante accadimenti accidentali ed imprevisti. L’improvvisazione è lo strumento indispensabile per aver successo quando la maggior parte dei personaggi che fanno il mio mestiere si tira indietro o semplicemente si blocca.

L’improvvisazione è l’estemporanea manifestazione del talento e della preparazione. 

         Io oggi li ho tutti e due.

         Come quando Paolo Tiraboschi, personaggio tutto d’un pezzo che di lavoro si occupa di dare assistenza agli atleti professionisti del ciclismo e del mondo dello sci, mi chiese di aiutare Fabio Santus, promettente campione dello sci nordico che si era lesionato i legamenti di una caviglia correndo per monti durante l’estate in preparazione per le Olimpiadi di Torino 2006. Ecco: in quella occasione mi sono esposto. E non di poco.

9.  D. Allora puoi raccontare nei dettagli l’episodio con Fabio Santus?

      R. Il mitico “Tira” trova sempre una soluzione per i problemi di ogni tipo che gli atleti Pro che segue possono avere. (Oggi il Tira lavora per Salice Occhiali), così lui chiede all’azienda Unibell di dare assistenza ad un atleta che potrebbe fare molto bene alle Olimpiadi di Torino 2006, ma che sfortunatamente è stato lasciato a se stesso ingessato a casa, mentre la Squadra Nazionale di sci nordico andava in ritiro un mese negli Stati Uniti. 

Il “Tira” voleva fare di più per Fabio Santus  e sa che “Tecar” lo può aiutare nell’accelerare i tempi di recupero e nel migliorare i processi riparativi post-lesione. Così l’azienda Unibell manda il loro “product specialist” per un paio di giorni da Fabio Santus. Ed così entro in campo io. 

Ricordo bene: era il 2 di Agosto del 2005. Erano ormai tutti in ferie. Invece di un intervento di 2 giorni, la mia assistenza va avanti per 15 giorni. Il fatto interessante della storia è che mi sono preso la responsabilità di continuare il lavoro in accordo con l’atleta e all’insaputa di tutti. Stavo imparando per la prima volta come esporsi, prendere rischi, fare di testa mia, può essere molto redditizio in termini di raggiungimento degli obiettivi terapeutici.

Quando al rientro dei tecnici della squadra nazionale di sci nordico, Fabio Santus si è presentato senza gesso, e anzi saltava e correva, io sono stato chiamato a dare qualche spiegazione, chiamato in causa su più fronti e da più figure.

Quello che ne seguì non furono lodi e gratitudine da parte di tutti. Anzi. Dovetti dare spiegazioni a destra e a manca del perché e del per come.

Incominciavo a farmi la scorza.

10.  D.Quale è esattamente il tuo lavoro, o quale è stato, quando parli di consulenza x l’azienda venditrice di “Tecar”?

       R. Bella domanda! Gli invidiosi in passato mi hanno indicato come il venditore della Tecar. La realtà è ben diversa.

All’inizio del mio rapporto di lavoro con l’azienda Unibell le idee sul mio ruolo all’interno dell’organizzazione, non erano chiare a nessuno, né a loro né a me. Poi mi sono inventato letteralmente un ruolo e da li le cose hanno preso una direzione precisa, innovativa e frizzante. Molto frizzante.

11.  D. Ma allora facevi l’informatore scientifico, il venditore dell’azienda?

     R. No. Sempre stato un tecnico. Ma all’inizio i ruoli potevano essere confusi. Non ero fisioterapista, neanche un massaggiatore, ero “solo uno” che aveva provato a fare l’allenatore. 

Mi mandavano “in giro” lo stesso: per l’azienda Unibell visitavo i team sportivi professionistici, per accertarmi del corretto utilizzo dello strumento conosciuto ai tempi come “Tecar”. 

Arrivò poi il momento in cui ho dato un taglio molto specifico al mio lavoro leggendo “La Gazzetta dello Sport”.

12.  D. Ci racconti cosa hai fatto di così innovativo?

      R. beh.. mi sono inventato una nuova procedura lavorativa che non esisteva. Mi sono inventato di leggere la Gazzetta dello Sport ogni mattina. Mi pagavano per leggere la Gazzetta dello Sport. Un innovativo e divertente modo di lavorare! Ho iniziato così la mia personale interpretazione “dell’esperto Tecar”. 

Per mia iniziativa mi sono iscritto alla scuola di massofisioterapia e ho continuato a leggere “La Gazzetta dello Sport”.

To be continued…

Share on facebook
Facebook
Share on google
Google+
Share on twitter
Twitter
Share on linkedin
LinkedIn
Share on pinterest
Pinterest

Vincenzo Lancini

PI: 02947020166